Storia di un tentativo di fecondazione assistita di una donna affetta da endometriosi [foto e parole]

#Miacaraendometriosi, hai portato nella vita mia e di Mario un’esperienza in più. Un’esperienza che per anni ho detto con fermezza che non avrei mai provato. L’ingresso nel “meraviglioso” mondo delle PMA (procreazioni medicalmente assistite).

PMA è un progetto fotografico nato più da un’esigenza di pancia che da una consapevole volontà narrativa.

Ed il ventre, fisico e metaforico, ne è protagonista.

La Procreazione Medicalmente Assistita – proposta come cura per tenere a bada l’endometriosi di cui sono affetta e per trovare una gravidanza che da sola non arriva – è una procedura che ho vissuto come formale e distaccata. Carica di direttive e povera di empatia.

  • “Deve assumere gli ormoni. Una puntura sulla pancia ogni sera”
  • “Deve venire in ospedale per i dosaggi ormonali la mattina presto e per i monitoraggi verso le 14”
  • “Deve farsi fare l’iniezione che stimola l’ovulazione esattamente alle 20″
  • “Deve venire in ospedale per il Pick-up senza trucco e senza smalto. Si occupi lei della tricotomia
  • “Deve firmare il consenso informato per l’anestesia totale
  • “Deve stendersi qui. Faremo in un attimo”
  • “Deve essere felice, dei 5 ovociti fecondati inseriremo in utero 3 embrioni
  • “Deve passare dallo sportello ticket, poi procediamo col transfer
  • “Deve stare a riposo, assoluto riposo, fino al giorno in cui farà le Beta-HCG”.
  • “Deve farsi somministrare, per via intramuscolare, la terapia post-transfer

Tra le mura domestiche, però, anche quei gesti – dettati dalle prescrizioni degli specialisti – diventano cura, carezza, presenza, ascolto, fiducia, pazienza, abbraccio, coraggio, speranza, riposo, attesa. Amore.
L’esito negativo rende la storia non a lieto fine. Il sangue mestruale è il modo in cui si palesa e il pianto è la sua ovvia conseguenza, perchè ci si può concedere di essere tristi, delusi, arrabbiati, sconfortati. Per poi asciugare le lacrime e andare avanti.

 

Il tentativo – risalente ad un anno esatto fa – non è andato a buon fine (pur essendo stati ben 3 gli embrioni impiantati nel mio utero, nell’incredulità di tutti).

Sapevamo che poteva non andare (anzi, era praticamente certo che non andasse, vista la mia condizione si parlava di un 10% di possibilità), ma sapevamo anche che dovevamo fare almeno un tentativo per non dover poi vivere col rimorso di non aver neanche tentato.

Quindi non è di questo che voglio parlare, anche perchè la vita si vive e si scrive giorno dopo giorno e tutto può ancora accadere.

Voglio parlare del fatto che milioni di coppie, per i motivi più disparati (a causa dell’endometriosi, ma non solo) si sottopongono a queste tecniche e spesso (molto spesso) non ricevono nessun supporto psicologico. Spesso (molto spesso) gli stessi ginecologi e biologi dimostrano poca empatia e poca capacità di capire che quello che stai provando, da un punto di vista emotivo e psicologico, è un bombardamento (quasi pari al bombardamento ormonale al quale vieni sottoposta).

Io, per esempio, ci provavo a stare serena, ma sfido chiunque a controllare gli sbalzi d’umore ormonali che ti fanno passare dal pianto disperato alla risata nell’arco di una manciata di minuti!

Poi, dopo il transfer (cioè il trasferimento degli embrioni in utero) i pensieri sono stati davvero un fiume in piena. Sapevo che la scienza non poteva fare più altro e c’era solo da attendere e incrociare le dita; sapevo che l’impianto può dipendere da mille fattori ancora in parte sconosciuti alla scienza stessa (non per niente si dice il miracolo della vita...); sapevo che dovevo evitare di strapazzarmi così come evitare di farmi condizionare dalla convinzione (mai provata scientificamente e ormai superata, ma ancora usata come deterrente dagli specialisti) che il riposo assoluto favorisca l’impianto. A livello razionale “stavo sul pezzo”, ma a livello emotivo era dura!

L’iter, come dicevo, è scandito da passaggi ben precisi. Ma mentre li percorrevo riflettevo sul fatto che qualche anno prima ero in quello stesso presidio ospedaliero, esattamente al piano di sopra, a svolgere il mio tirocinio in vista della Laurea Specialistica in Psicologia e ci si occupava dei corsi di training prenatale, dei pazienti epatopatici, dei pazienti oncologici e né allora né oggi si pensa che si potrebbe offrire il giusto supporto alle coppie che passano in quegli stessi corridoi e – tra un pancione e l’altro intorno a loro – sperano che il loro tentativo vada a buon fine.

Eppure basterebbe entrare nelle sale d’attesa dei centri di fecondazione e chiedere alle donne che sono lì quale sia la loro storia. O far capire ai ginecologi che quando entriamo per l’ecografia non vogliamo solo sapere il valore del dosaggio ormonale fatto la mattina, ma vogliamo anche sentirci dire: “come stai?”

Ho spesso la sensazione che della fecondazione ci si vergogni. Le donne ne parlano tra loro nei forum (oggi forse più sui gruppi facebook che nei forum, ma poco cambia) e lì è tutto un darsi suggerimenti, un parlare in codice, uno sfogarsi o un gioire insieme, un raccontare i vari tentativi di fecondazione; si parla di Fivet, di ICsi, di pick up, di transfer, di ormoni, di dosaggi, di ovociti e ci si capisce. Ma questi stessi termini per una persona che non ha mai avuto a che fare con problemi legati alla fertilità sono arabo, non è vero?

Io stessa ne sapevo poco o nulla e mi son chiesta più volte se fosse il caso di parlarne pubblicamente. Mi sono detta che forse Mario se ne sarebbe vergognato, mi sono posta il problema se fosse “in conflitto” con la mia professione, ho pensato che queste foto (in particolare quella con l’assorbente) sarebbero state poco capite e apprezzate, per tutta quella serie di tabù legati al ciclo e al sangue mestruale.

Ma la verità è che se ne deve parlare eccome. E si deve SOSTENERE la coppia sia durante che dopo la tecnica di procreazione perchè TUTTO il percorso è emotivamente complesso.

Questo potrebbe sembrare un semplice sfogo (e sarebbe comunque già tanto!) di una giovane donna alle prese con il mirabolante mondo della PMA. Invece c’è dietro qualcosa di più.

Più vivevo con frustrazione questo essere “lasciati in balia delle onde” più mi dicevo: non ti lamentare e fai TU qualcosa. In quest’anno ho talmente tanto voluto far qualcosa in prima persona per offrire sostegno psicologico che questo desiderio è diventato realtà.

Sto conducendo un gruppo di ascolto e di sostegno psicologico gratuito per donne affette da endometriosi e questo della procreazione medicalmente assistita è uno dei temi che capita venga fuori durante gli incontri, visto che spesso la gravidanza non arriva naturalmente e visto che le tecniche di fecondazione assistita sono inserite nei protocolli di cura. Questo non cambierà quello che succede negli ospedali e nei centri privati (che poi io qui racconto la MIA ESPERIENZA e mi auguro ci siano realtà meglio gestite), ma di certo ha cambiato me e il mio approccio alla malattia.

Sono mossa dalla consapevolezza che ogni storia meriti di essere ascoltata e dalla convinzione che la perseveranza porti i suoi frutti.

 

#pma_autorotratto-1

Tracce – Autoritratto 2018

Di quel tentativo mi restano anche delle macchie sul viso (bombardamento ormonale e sole non vanno d’accordo) , che sembra vogliano ricordarmi ogni giorno che anche una malattia invisibile come l’endo può lasciare tracce visibili. Imparerò ad accettare anche loro (al momento non siamo grandi amiche), così come accetto le lacrime, quando arrivano.

E ringrazio sempre la fotografia, perché là dove non arrivano le parole, arriva lei.

E ora che – 365 giorni dopo – le mostro anche a te che stai leggendo sento che si sta chiudendo il cerchio, quindi grazie per essere arrivato fin qui.

Chiara Scattina

7 Luglio 2017 – 7 Luglio 2018

 

5 pensieri su “Storia di un tentativo di fecondazione assistita di una donna affetta da endometriosi [foto e parole]

  1. theblablachain ha detto:

    Un enorme rispetto per voi, la vostra storia e il tuo impegno di oggi. Che possano cambiare gli approci e le persone possano trovare un sostegno in un percorso così delicato e difficile. Buon tutto sono certa che la vita vi darà moltissimo, con o senza bambini

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  2. Oriana Avitabile ha detto:

    Cara Chiara, ho letto il tuo racconto e ho rivissuto la mia/nostra storia di ormai, quasi 4 anni fa… esperienza negativa? devo dirti che anche questo passaggio ha rinforzato ancor di più il rapporto già solido tra me e mio marito e rafforzato la nostra scelta di presentare la disponibilità all’adozione. Non sappiamo ancora come andrà a finire ma ti sottolineo la grande differenza tra i due percorsi: il primo è stato un aggrapparci l’un l’altro per andare avanti mentre eravamo abbandonati da chi avrebbe dovuto supportarci, il secondo è stato uno scoprirci e un crescere insieme grazie all’aiuto di figure stupende e fondamentali come l’assistente sociale che ci ha seguiti.
    Condivido con te il fatto che bisogna parlarne e ti faccio i miei più sinceri complimenti per come lo hai fatto tu! un abbraccio Oriana

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    • Chiara Scattina ha detto:

      Grazie a te Oriana per aver condiviso con me la tua esperienza. Anche noi siamo forti e uniti, certi che sapremo comunque essere felici in un modo o nell’altro.
      I tabù non vengono rotti dall’oggi al domani, ma proviamoci! 🙂

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  3. Concetta ha detto:

    Si, ritengo che le emozioni/sensazioni siano esattamente uguali in tutte nonostanteità le diversità caratteriali.
    La cosa che più mi lascia pensare è la frequenza della fivet tra le donne italiane, ed è vero che non se ne parla così tanto.
    È certamente un nuovo fenomeno sociale che lascia segni nel corpo e nell’anima, ma d’altra parte la vera capacità dell’uomo è quello di ripartire da capo, in ogni senso!

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